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Trovarono dimora tra queste navate Sudore e Sangue, Fatica ed Intelletto, mirabile Genio e fanciullesca Follia, Responsabilità e Onore, Fiducia e Speranza, audaci Desideri e nobili Sogni, Aspettative e Fede, Lungimiranza ed Erudizione, Immaginazione e Raziocinio, Coraggio e Scienza, Individualismo e Condivisione, Amicizia e Onestà, Ingegno e Libertà.
Al pari di qui, possa la presenza di essi riecheggiare nei saloni deserti dell'inettitudine di piccoli uomini.
MMVII
Sembra ci sia il sole, là fuori...

Stamattina sembra un anno fa e l’anno scorso sembra ieri.
C’è chi mi passa accanto ad anni luce di distanza e chi invece mi accarezza con occhi che non riesco nemmeno collocare in un luogo familiare. C’è chi è scomparso, lasciando ovunque l’ingombrante presenza della sua ferita.
Non fa poi troppa differenza essere davanti o dietro alla canna di una pistola puntata in piena faccia. Tutto sta nello stabilire a priori quale delle due sia la parte più confortevole. A volte, in entrambi i casi, capita di chiudere gli occhi e non pensare per una frazione di secondo. Proprio quella di cui si appropria lo sparo per recitare il suo infinitesimale ruolo di protagonista.
L’Irrazionalità governa su tumultuosi microcosmi di tempo.
C’è chi gode delle sue frazioni di disconnessione, poiché esse sono i soli lampi di libertà di una vita trascorsa a sbavare rancore dentro una gabbia. Costoro credono sia il disprezzo, la rudimentale chiave per uscire dalla prigionia.
Osservo con curiosità persone farsi bidimensionali e confondersi con lo scenario circostante. Distolgo invece lo sguardo dalla (in?)volontaria subdolezza di certe creature. Oh, i miei occhi sarebbero lingue che si posano in cerca di dolci superfici vellutate, trovando invece ruvidi gusci dall’amaro sapore. Sinestetico instinto di conservazione.
Con tenerezza contemplo chi ha ricevuto in dono una seconda volta, e scarta il pacchetto con timorosa e misurata gioia.
Credevo di poter far breccia in ogni barriera, fino a quando non ho imparato che ci sono porte con la serratura da una parte sola - all’interno.
Credo in ciò che si spezza, poiché altrimenti non potrei sognare l’infinito.
Mi piace immaginare il vecchio saggio, chiuso nella sua torre bianca, a calcolare distanze con il suo astrolabio, in cerca di un altro posto dove andare. Chissà se gli hanno mai raccontato di quello scrittore, che sentendosi domandare cosa avrebbe fatto, se avesse saputo di avere solo un’altra ora di vita, scrollò le spalle e rispose:
«Nulla. Batterei a macchina più in fretta».
Il vecchio saggio, invece, cova una paura stronza del tempo. Può darsi sia la saggezza. Credo che il suo sacrosanto bruciargli il culo sia la causa – e non la conseguenza – delle crepe sui muri del bianco castello.
E tu, anni luce qui accanto, lo senti il tempo sfuggirti di mano, come sabbia? Ne sono quasi certo: a tre granelli dal girare la tua clessidra, sentirai il bisogno di un’ultima, bidimensionale preghiera.
«.»
Poi, l’alba di un giorno senza più il senso della distanza disperderà col vento le ceneri di ogni tua parola.
Accenderò la tua fiamma con il calore dell’asfalto, nell’aria immobile di una notturna periferia estiva. La luce di una finestra aperta, lassù, a metà strada tra il Raval e le stelle, porterà fino alle nostre orecchie la musica che darà il tormento al tuo sangue.
Accanto a noi, in terra, volerà il tuo scialle nero, vicino a quel che resta di una bottiglia di vino e a due calici vuoti.
Sarà allora che la tua fiamma ardente farà di tutto per non lasciarsi domare.
Sfuggirà ai miei occhi, mentre invano interrogherà lo spazio in cerca di una distanza; si divincolerà tra le mie braccia, ruberà spazio al tempo e al sudore, per poi divamparmi di nuovo addosso, non appena aprirò la porta alle sue lingue - pronte a lambirmi la pelle.
Lontano e ovunque, leggero e bollente, strascicato e improvviso: intorno a noi brucia il tango, mentre il resto del mondo si ferma ad aspettare la fine di questa recita brutale di vendetta e di passione.
Trovarsi per caso, conoscersi nella milonga improvvisata sulle strade di Barcellona. Ci basteranno tre minuti per raccontarci l’un l’altro, intrecciando una muta, corporea conversazione, così simile a una battaglia senza vinti.
Sembra strano, ma ancora non conosco il tuo nome.
Forse me lo sussurerà, nel bel mezzo di un ocho, il tuo fiato caldo e un poco affannoso.
O forse non ce ne sarà bisogno, forse il destino vorrà che questa notte due sconosciuti mescolino nel fuoco e nel sangue le proprie reciproche solitudini, per poi perdersi di nuovo.
Domattina, due calici di vetro sul selciato avranno comunque una storia da raccontare agli aranci e al cielo.
Inspired by Gotan Project
Fu così che la Quiete fece irruzione nell’Animo.
In quattro e quattr’otto, tutto, semplicemente, tacque. Incantevole immobilità. E un senso d’aria fresca e di pulito, come dopo una spolverata di primavera.
Poi fu il turno della Vita, che giunse a riempire le intercapedini lasciate vuote. Una cascata d’acqua fresca, che lentamente, ma con costanza, colma un bacino assetato.
Quelli della scientifica e i ragazzi dell’impresa di pulizie hanno fatto un buon lavoro. La stanza mentale adesso è un trionfo di ordine asettico.
Non c’è più traccia dell’assassinio.

[aereoporto di Amburgo, Germania, 2006]
*Durante la guerra del Kosovo un metereologo della televisione di stato islandese se ne uscì con la suddetta ironica quanto infelice affermazione. I Sigur Ròs ne fecero il titolo di una canzone di struggente livore, (Viðrar vel til loftárása, contenuta nell'album Ágætis byrjun, 1999)

[da qualche parte sotto la pelle di Parigi, 2006]
Ho interrato sotto la tua pelle chilometri di cavi emozionali, tracciando traiettorie di tempo su sconosciuti territori urbani. Ho sentito sul volto il tuo respiro. Ho liberato notturne frenesie lucide di pioggia (riflesso dei fari sull’asfalto). Ho respirato l’odore acido della paura. Ho nutrito di sesso automatiche pulsioni. Ho catalizzato milioni di albe sintetiche. Ho dipinto con gli occhi paesaggi meccanici. Ho schiantato il cuore contro pareti d’acciaio. Ho scovato amniotiche meraviglie di neon. Ho giocato con le intimità dei tuoi vuoti. Ho sdraiato pensieri su pavimenti di pietra. Ho addormentato la rabbia nel rumore dei sotterranei. Ho accarezzato con la lingua tangenziali di zucchero. Ho strisciato tra le intercapedini dei silenzi. Ho proiettato ombre su strade popolate di sguardi. Ho attraversato speranze di carta. Ho sciolto liquidi sorrisi di festa sotto i portici. Ho smarrito relazioni embrionali. Ho salito infinite scale d’inchiostro.
E non ho ancora smesso di sentirti addosso come l’abito che preferisco.

[da qualche parte in Lettonia, maggio 2006]